Ursula Barilli è nata a
Reggio Emilia, dove vive e lavora.
Autodidatta, ha sempre amato disegnare e lavorare con le mani diversi
materiali come terracotta, cartapesta, legno. Appassionata di pittura
antica ha seguito corsi di restauro di dipinti antichi e corsi di
scultura.
Per i suoi dipinti utilizza una tecnica mista di grande effetto,
caratterizzata dal forte cromatismo e dalla consistenza materica del
colore.
Gli artisti che ama sono Piero della Francesca, che, insieme a Giotto,
le ha cambiato la vita, Simone Martini e la sua “Maestà”, elegante
e raffinata, Leonardo per la raffinatezza e l’intuizione geniale, Egon
Schiele che la colpì per la nevroticità e ripetitività dei suoi
ritratti, Fridha Kahlo per la forza cromatica e la spiccata vena
surrealista...
I suoi numerosi viaggi per il mondo le regalano continua ispirazione,
dalla passione per le maschere tribali e primitive a quella per i
meravigliosi paesaggi nordici, al fascino per metropoli come New York o
Parigi.
Partecipa al Collettivo “ViaDueGobbi3” formato da artisti che
abitano e/o lavorano in via dei due Gobbi 3 a Reggio Emilia. Organizzano
regolarmente degli “Ateliers aperti”, dove il pubblico può visitare
liberamente gli spazi di lavoro degli artisti, in particolare in
occasione di eventi importanti della città, quali il Festival della
Fotografia, la Notte Bianca, il Festival del Corto Metraggio, o ancora
“Cinetica”...
....
Un
crogiolo d’arte
di Tiziana Agostini
(da
“To call to mind” - Venezia, 2007)
..
In un
tempo di derive valoriali e di difficoltà di comprensione, nonostante
l’indigestione mediatica, l’arte mantiene intatta la sua forza di
strumento di indagine e di verifica del presente. Ma che cosa è arte e
che cosa è invece semplicemente atto di volontà, bisogno di
affermazione personale che sbrecci il muro della solitudine
esistenziale? Dai tempi dell‘action painting in poi certamente si è
fatta strada l’idea che il risultato estetico non è la sola misura
del prodotto creativo, perché è la ricerca in quanto tale che è già
portatrice di valenze. Negli artisti più consapevoli l’arte poi è
coerenza di vita, ricerca esperienziale prima ancora che opera finita.
Eppure
chi si pone ad osservare un prodotto artistico, anche se consapevole di
tutto ciò, ad esso chiede non solo la restituzione di un’esperienza,
ma la trasmissione di una emozione, di una sensazione, la messa in moto
della mente e del corpo, in nome di un insopprimibile bisogno di
intensità e coinvolgimento. Come individuare dunque esperienze degne di
valore? Dai tempi della filosofia sensista d illuministica memoria,
richiamata anche alla Biennale veneziana in corso, lo strumento
principale è la verifica personale. E quale luogo migliore per una
analisi empirica che un laboratorio in cui testare la bontà degli
elementi in gioco e quale laboratorio migliore per l’arte che Venezia?
Venezia che si fa crogiolo, che mette sul fuoco della propria storia
artistica e delle suggestioni critiche gli artisti che qui vogliono
saggiare la loro tempra e nel temprarsi mostrare in tutta la loro qualità.
Nella mostra collettiva “To call to mind”, artisti molto diversi per
formazione culturale e di vita, provenienza e soprattutto tecnica e
forma espressiva, affermati o quasi esordienti, vengono messi alla prova
nel “crogiolo di Venezia”, offrendovi una visione di grande impatto
emotivo, ma mostrandoci soprattutto quanta forza di verità la miglior
ricerca artistica possa offrire.
Certo è impossibile assimilare personalità diverse, ma tra di loro
appaiono evidenti le due nodalità espressive che caratterizzano la
ricerca figurativa del nostro tempo. Da un lato troviamo la grande forza
della pittura informale, in cui la potenza cromatica e l’intensità
del gesto pittorico fanno dell’arte un’esperienza di assoluto
personale. (...).
Accanto all’impero del colore e del tratto c’è il bisogno di
raffigurazione, di recuperare corpi e volti, magari iconicamente
ipostatizzati in stati d’animo assoluti, come in Barilli, in cui il
magistero delle varie “Maestà della Madonna” si fonde con
l’angoscia esistenziale di Munch e Schiele, in immagini di rinnovato
vigore. (...).
Oltre l’emozione rimane naturalmente il bisogno di comprensione e se
la complessa e articolata “To call to mind” riesce ad offrirci una
molteplicità di sensazioni, il suo apporto più forte è appunto la
messa in moto del pensiero. Un pensiero che oltrepassa le categorie
analitiche per divenire frattale, analogico, allusivo, non razionale:
tutto ciò che la scienza rifugge e che sembra essere il solo modo certo
non per elaborare e confermare teorie, ma per comprendere la persona
umana nei suoi insondabili abissi di ascesa e di caduta.
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