| Contemporary Art in Rome |
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Burgos Dindina
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Nata in Colombia nel 1971, Dindina Burgos è un architetto paesaggistico che lascia ben presto la sua professione per dedicarsi interamente alla grande passione: la pittura. Pur avendo frequentato dei corsi di grafica e acquerello a me piace considerare Dindina Burgos come un’autodidatta, che ha utilizzato per la prima volta una tela e dei colori a olio per istinto, spinta da una forza primordiale e animalesca a cui non si può sfuggire. Lo stesso impulso e la stessa vitalità che traspare poi in ogni sua opera, sia quando rappresenta una natura morta, sia quando raffigura le donne della sua terra d’origine, la Colombia, dedite al lavoro. Una vitalità data tutta dall’uso sapiente dei colori, che pur non essendo propriamente realistici, ma piuttosto espressivi, riescono a darci una chiara e fedele visione di ciò che rappresentano. E osservare le sue donne burrose dalla pelle scura, vestite di abiti variopinti e vivaci, ci riporta magicamente alle atmosfere calde e soleggiate di un romanzo di Marquez. E da questi passaggi, da queste evocazioni comprendiamo che oltre al talento nel calibrare i colori, le linee e gli spazi, c’è un forte attaccamento alla tradizione da cui proviene. Una tradizione che non è rinnegata, ma è fatta propria per essere rielaborata e piegata alle proprie necessità espressive. Ed è come se Dindina conoscesse tutto il mondo, come se non avesse la giovane età che in realtà ha, perché in ogni suo opera c’è il sapore latino, un sapore di terre americane, ma anche di mediterraneo, un mediterraneo fatto di colori e frutti. Quando non rappresenta le donne al lavoro, quando cioè non c’è l’immediatezza del linguaggio referenziale che ci riporta a una difficile se pure affascinante condizione umana, gli oggetti e il mondo rappresentato diventano la metafora di qualcos’altro. Così in Taormina, la natura morta dei limoni e delle arance oltre ad avere un contenuto strettamente referenziale, rimanda metaforicamente a un’altra realtà, quella della terra di Sicilia, che vive di agricoltura; o in Tropicana, il branco di pesci dipinto non è scelto e posto lì a caso, solo per la sua naturale bellezza, ma richiama il lavoro di pesca di un’intera comunità. L’uso della campitura, come nelle vetrate gotiche, o come in una scena della Tahiti di Gauguin, è volutamente piatta: toglie spessore e togliendo spessore priva del tempo e dello spazio figure che in realtà per come sono agghindate e per il contesto in cui sono calate non possono prescindere dal tempo e dallo spazio a cui sono legate. Un hic et nunc imprescindibile. Eppure. Nonostante il peso dell’eredità di un popolo e la volontà di riscatto, le sue opere sembrano essere visioni, scene allegre di un sogno d’estate; un’evasione che in arte più che nella vita diventa reale. Rossella Fasano
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'Noche de polleras' olio a spatola su tela 70x100
'Tomasa e Mariantonia' olio a spatola su tela, 70 x 100 available works | archive works
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