Se dovessi usare tre parole per definire la pittura di Alberto Saka
direi: improvvisazione, esperimento, fantasia sfrenata. Guardando i suoi
quadri si sente subito quali sono i modelli a cui si ispira: la pittura
del gruppo Cobra, dal quale riprende certi tratti infantili e la
predilezione per un disegno spontaneo, Jackson Pollock al quale rimanda
la gestualità informale, e Basquiat al quale riconducono le molte
scritte che compaiono sulla superficie delle sue tele. A guardare i suoi
lavori ci si sente circondati dai colori e avvolti in una particolare
dimensione, perennemente in bilico fra commedia e tragedia, fra ironia e
realtà. I soggetti dei suoi dipinti spaziano tra i due estremi del
leggero-allegro da un lato e dell’onirico-mostruoso dall’altro. Per
Alberto ha priorità assoluta l’espressione diretta con il colore: si
mette davanti alla tela, prende il colore, la mano si avvicina e la tela
si trasforma in un labirinto multicolore di forme, linee, segni che si
intrecciano e si sciolgono senza posa. Alberto dipinge di getto, come
avrebbe fatto Jackson Pollock, senza seguire un disegno preordinato, ma
lasciando libero sfogo alla propria fantasia, lasciando che le proprie
emozioni fluiscano liberamente e si fondano con il colore stesso, che
vibra sulla tela gridando la propria libertà. In alcune tele il colore
viene steso mediante il rullo in ampie campiture che sembrano voler dare
all’opera una struttura geometrica, un percorso organico giocato sul
dialogo di forme semplici, quadrati o rettangoli associati a elementi
iconici carichi di simbologie. Più spesso invece è il colore a
prevalere sulla stessa forma, velocemente steso sulla tela con un
movimento centrifugo che cattura con la forza di un’immagine caotica
capace di portare in superficie le motivazioni dell’inconscio. Alberto
non ama le mezze misure, ma il colore puro. Campiture di giallo, rosso,
blu accostate tra loro per dar maggior forza alle emozioni, per
coinvolgere maggiormente chi osserva un quadro magari con occhio stanco,
per risvegliare la coscienza di un’arte che vuole essere viva,
spontanea, diretta e perché no, anche di strada. Nei tanti modi in cui
Alberto ricorda Basquiat, nelle scritte che danno un significato
profondo alle sue istrioniche tele, Alberto esprime anche il bisogno di
raccontare la propria vita attraverso la strada, dal basso, come
potrebbe essere la spontanea pittura sui muri che una volta era il
graffitismo di Basquiat e che oggi è la cosiddetta “aerosol art”
che oltre ai muri colora anche i capannoni o i vagoni dei treni. Le tele
di Saka sono come frammenti di muro che raccontano una storia di vita e
per questo non hanno bisogno di cornice, ma di spazi grandi e aperti,
per parlare con tutti, con la gente comune, con la vita, comunicando
attraverso il colore e utilizzando tutti i simboli della comunicazione
generazionale. Alberto Saka è nato e vissuto in Albania fino al 1991.
L’Albania è una terra di confine e di migrazione continua verso il
mito occidentale. E’ una terra che soffre, vicina a molti (ai paesi
della Nato, all’Italia, alla Grecia, alla Serbia) eppure anche
incredibilmente lontana, costretta ogni giorno a sperimentare la povertà,
l’isolamento, la disgregazione. In un certo senso le tele di Alberto
Saka contengono una forte carica drammatica, perché al di sotto della
loro pelle accattivante, celano molti simboli ambigui. Come tanti altri
artisti albanesi, anche Saka adotta il metro dell’ironia per
esorcizzare la paura dell’utopia (quella che spinge ancora molti verso
l’illusione occidentale), per neutralizzare fantasmi passati e
presenti, e lo fa utilizzando grafie infantili, un linguaggio
estremamente diretto, puro, archetipico com’è quello dei bambini.
Dietro al ricordo di tanta arte che ha segnato il ‘900, dai Cobra a
Basquiat, la pittura di Saka sa essere comunque originale perché
profondamente autobiografica e capace di estendere il reale
nell’immaginario, colorandolo non di rado, come tra dramma e allegria,
di accenti grotteschi e satirici. Lucia
Majer